giovedì 30 aprile 2015

Se solo sapessi...

Ah, se solo sapessi descrivere quel lampo di luce che c'è negli occhi delle donne, quella bellezza sfacciata che ti squarcia il petto e ti accarezza il cuore, l'attimo eterno di un semplice gesto che ti fa avvampare, la magia di un sorriso sincero, il vento che dipinge un'onda sui loro capelli, le curve eleganti della loro figura che si staglia contro il cielo, il passo un po' incerto che muove l'aria e la fa vibrare, il profumo di primavera che regalano al grigiore del mondo, le mani gentili e curate che dipingono ogni piccolo gesto, la loro morbida voce, musica senza spartito, la poesia delle loro risate, che scacciano via la monotonia ansiogena del silenzio...

#pensierisparsi

venerdì 27 marzo 2015

Sulle scelte e sulle alternative

Quando scrivo qualcosa contro il denaro (lo faccio spesso), la maggior parte di quanti mi criticano si domanda quale sia la mia alternativa, presumendo che io mi riferisca al baratto.

Onestamente non so se quella potrebbe essere un'alternativa, né penso che il baratto sia la soluzione, ma so per certo che ciò che dovremmo combattere è proprio la nostra incapacità di uscire da quella zona di comfort, che ci spinge a convincerci che non ci siano alternative e che dobbiamo accettare ogni volta lo status quo.

Per vent'anni, ad esempio, abbiamo permesso ad un uomo di governare il nostro Paese, nonostante e al di là delle sue controverse vicende personali e giudiziarie, lasciando che la sua figura ingombrante spaccasse in due l'Italia e trasformasse la nostra politica, già vacillante, in un mero scontro da stadio.

Lo abbiamo accettato, credo, almeno la maggior parte di chi lo ha votato o di chi non si è opposto con fermezza, non perché fossimo realmente convinti che egli fosse la persona giusta, ma soltanto e incredibilmente perché, in una nazione da 70 milioni di persone, non riuscivamo a vedere un'alternativa.

Allo stesso modo, le nostre esistenze scorrono quotidianamente dentro a comodi binari di monotonia e di abitudini, anche le più assurde delle quali finiscono per sembrarci normali e inevitabili.
Non ci sono alternative, finiamo per raccontarci, tanto ci basta e la necessità di accumulare soldi per vivere è radicata in noi come qualcosa di normalissimo e di giusto. Ecco cosa detesto, dei soldi. Ci hanno resi incapaci di guardare oltre un percorso segnato per noi da chi sulle nostre vite guadagna e specula.

Se guardate le cose con un minimo di distacco, però, non faticherete troppo ad accorgervene. I soldi sono il padre e la madre di quell'apatia che fa tanto comodo a chi ci governa e a chi supporta la politica in questo compito, in cambio di facili opportunità di lucro.

Nella nostra società ogni cosa ha un valore e un costo; l'unico modo per vivere è, dunque, quello di procurarsi il denaro necessario per acquistare quello che ci serve, o meglio per pagare la "filiera" che ci permette di fruirne. Punto, niente di più.

Sembra tutto assolutamente normale, ma questo sistema non funziona, perché nel corso dei millenni ha trasformato il mezzo nel fine, facendoci perdere il senso delle cose e dando vita a terribili sperequazioni.

Esiste un'alternativa?

Purtroppo la sola alternativa che ci permettono di vedere è la povertà assoluta, il barbonismo, finire in strada e mettersi ai margini, ma sono convinto che non c'è solo questo, nel destino di chi vorrà cercare davvero un'altra opportunità e smascherare l'inganno dei soldi, il loro sistema perverso e la loro incapacità di generare vero benessere, sostenibilità, giustizia e un futuro che valga la pena vivere e costruire, partendo da presupposti diversi.

giovedì 8 gennaio 2015

È stata solo la piena di un fiume

Dovremmo sforzarci di raccontarle così, certe tragedie. Senza retorica, senza demagogia, guardando in faccia la realtà per quello che è, piuttosto che infarcirla d’ideologia e di politica. 

Invece ogni volta ci ricaschiamo, come si cade da un gigantesco pero, concimato ad ipocrisia e a falso candore, spalancando la bocca e lasciando che gli occhi si bagnino di pietà e che le gambe tremino di paura.

Siamo umani, del resto. Siamo soltanto umani, esseri vagamente senzienti, dotatati di un cervello che ci serve per fare i nostri calcoli e di un cuore, che ogni tanto si sveglia dal torpore della comodità del nostro mondo ovattato, per cercare di dire la sua e di farci sentire un po’ più vivi, mentre la coscienza si gira dall'altra parte, per vomitare.

In quei rari momenti di vita vera e di apparente lucidità, mettiamo da parte il consueto cinismo e ci sciogliamo in lacrime da coccodrillo, buone soltanto per darla vinta a chi vuol farci soffrire, o tremare e per consentire a chi ci comanda di mettere in scena uno spettacolo ancora più patetico del solito, fatto di solidarietà scontata, di inutili proclami, di retorica da quattro soldi e di riprovevole demagogia.

Un copione già visto chissà quante volte, scontato, banale, infarcito di abominevole ovvietà, di inutili condanne, di fiumi in piena di parole che fanno ancora più danni e che non servono a niente, se non a spargere sale sulle ferite delle coscienze e a fomentare odio, terrore e desiderio di vendetta.

Un fiume in piena, si. Quello stesso fiume che ieri ha travolto i giornalisti di Charlie Hedbo, esondando, uscendo dagli argini di filo spinato di una normalità sforzata e di un’autoproclamata civiltà, che non ha altro coraggio se non quello di condannare a posteriori, dopo aver giudicato a priori.

Faremmo meglio a raccontarla così, questa storia, come la drammatica conseguenza di una catastrofe naturale e inevitabile, determinata dalla fiera incoscienza di sedicenti civiltà, che continuano a costruire nell'alveo di fiumi prosciugati dall'acqua, ma non per questo sicuri.

Fiumi di ideologie, di intolleranza, di incapacità di convivere e di creare una società moderna, civile, finalmente sostenibile in quanto equa, solidale, votata al bene di tutti e nemica giurata dei privilegi, dei soprusi e di qualunque forma di violenza, fisica, morale o ideologica.

Sia chiaro, non sto cercando di sostenere che quanto avvenuto ieri sia colpa nostra, che i delinquenti che hanno sparato abbiano qualche insostenibile ragione o che quei giornalisti se la siano in qualche modo cercata. 

Sarebbe un insulto alla ragione e alla dignità anche soltanto pensarla, una cosa del genere. Ma se guardiamo al dopo, a un adesso che è tutte le volte, ai fiumi di inchiostro e alle tonnellate di immagini, video, dibattiti e tavole rotonde che ne stanno scaturendo, alle tribune politiche e alla propaganda che i partiti stanno facendo, strumentalizzando questa tragedia, beh…

La sola cosa che posso pensare è che stiamo costruendo ancora più forte e irresponsabilmente in quegli alvei, innalzando torri di mattoni e muri e giganteschi edifici laddove, prima o poi, tornerà a scorrere fragorosamente l’acqua sporca di sangue di un’altra inevitabile piena, che saremo pronti a piangere ancora una volta, come stupidi coccodrilli senza alcuna dignità.

È stata solo la piena di un fiume, questo dobbiamo dirci, causata soprattutto dall'incoscienza di chi ci governa (da entrambe le parti della barricata) dividendoci, giocando con le nostre paure e con la nostra dignità, sfruttando popoli, territori, nazioni, religioni e ideologie. Dovremmo costruire degli argini e metterci in sicurezza (quella vera), invece cediamo al terrore e alla paura e, per farci vedere più forti e far credere di non essere terrorizzati, continuiamo a innalzare torri destinate a crollare, bersagli da colpire, bandiere da bruciare.

State attenti, però: costruire argini è l’esatto contrario di quello che ci fanno credere. Non significa innalzare muri e frontiere, come qualcuno vorrebbe; non significa affatto tenere lontane le persone e sentirsi diversi, forse addirittura migliori, ma vuol dire soltanto convogliare il flusso delle ideologie e della demagogia in un alveo protetto e farle scorrere via senza pericoli, verso il mare dell’indifferenza più totale, verso il nulla cosmico cui sono naturalmente destinate, se nel frattempo non trovano ostacoli sul loro percorso.

Spegnete quelle maledette TV, datemi retta. Tappatevi le orecchie e il naso, non ascoltate le sirene indecenti di un’informazione malata e asservita, di una politica sempre più zerbino della finanza e dell’economia, di guru e santoni del nulla, di quei salotti che servono solo a far mangiare pochi servi senza dignità, cinici e pronti a sbattere mostri in prima pagina e a mostrarci l’orrore, come se vedere fosse inevitabile, come se vedere significasse capire, o addirittura sapere.

Ciao #CharlieHebdo, oggi non c'è davvero niente di cui ridere, se non della parola umanità, che di fronte a tutto questo sembra un'appellativo del tutto fuori luogo.

mercoledì 5 novembre 2014

Io adotto a distanza

C'è una bella campagna, che sta girando in rete in questi giorni. Attraverso un video, l'associazione Coopi (Cooperazione Internazionale) ha lanciato la sua nuova campagna di acquisizione sul sostegno a distanza #ioadottoadistanza.

Il video mostra con ironia episodi di vita quotidiana della società occidentale, mettendo in risalto la superficialità e la pochezza dei nostri piccoli drammi quotidiani, in contrapposizione alla felicità che può scaturire da un semplice gesto, che ridona dignità ai bambini e ad intere popolazioni.

Con il sostegno a distanza si può garantire a un bambino cibo, cure mediche, istruzione e protezione. Si può fare in modo che egli cresca nel suo Paese, circondato dall'affetto della sua famiglia e della comunità in cui vive. Adottare a distanza significa proteggere un bambino dalla violenza e dallo sfruttamento, dandogli l’opportunità di vivere un futuro diverso.

Ovviamente anch'io mi sono lasciato contagiare, diventando un "ambasciatore di felicità" Coopi. Ora avrò un bellissimo impegno da portare avanti, con una bimba di 13 anni della Repubblica Centrafricana. Un'esperienza che fa bene al cuore e che rende davvero orgogliosi e felici.

Ecco il bel video, realizzato da Combocut Video Agency per Coopi. Guardatelo, riflettete e condividetelo con amici e contatti.


INFO: www.ioadottoadistanza.org

sabato 25 ottobre 2014

Stop Using Sex as a Weapon !

Omaggio al film "Bianco Rosso e Verdone"...
Oggi la sparo grossa. E premetto, non sono mai stato e mai andrò con una prostituta, suppongo, né ho mai tradito le mie donne, altra cosa che per mia natura non farò mai.

Però una cosa mi sento di dirla. Vorrei una società in cui il sesso fosse decisamente ridimensionato e sdoganato. Vorrei una società, ad esempio, in cui le coppie non si sfasciassero più perché lui o lei hanno bisogno di qualcosa di più, di meglio o di diverso, quando si tratta di sesso.

E vorrei una società in cui l'ipocrisia, la menzogna e tutto quel sottobosco di squallore collegato alla sfera del sesso fossero distrutti da un modo nuovo e semplice di considerare questo aspetto della nostra vita.

Rispetto appieno tutti i credenti, di qualsiasi religione, che considerano il sesso parte del loro precetto religioso e che in quella dimensione lo gestiscono e lo praticano (purché in accordo con il proprio partner, ovviamente), ma per tutti gli altri, quelli che fanno le cose di nascosto e che creano casini inenarrabili per farsi una trombata, avrei solo un consiglio sincero: maturate!

Maturate e consideratelo per quello che è: un bisogno fisiologico, come l'appetito, il sonno, correre, fare sport, lavarsi... non buttate al cesso una relazione sentimentale per qualsiasi motivo collegato al sesso, perché è davvero difficile trovare un partner che riesca a soddisfare appieno tutte le nostre necessità e, credetemi, quella del sesso è davvero una delle tante e per molti (io per primo) nemmeno tra le più importanti.

Sogno una società (cui io non apparterrò in ogni caso) in cui lui, lei o magari entrambi, si possano dire senza nessun problema, quando ne sentono il bisogno: "vado a fare sesso" così come si dicono "vado in palestra" o al cinema o a fare shopping. Una società in cui la prostituzione sia legalizzata, controllata, tassata e considerata un lavoro come tutti gli altri.

Una società in cui avere una moglie o un marito non rappresenti più l'obbligo imposto dalle religioni o dalle leggi di fare sesso esclusivamente con il proprio coniuge. Una società in cui l'unico obbligo sia quello di dirsele, certe cose,reciprocamente, da subito, con sicerità e senza nessuna remora, assumendosi responsabilmente tutti i rischi e godendosi liberamente tutte le opportunità.

Sarebbe una società allo sfascio? Non più di quanto non lo sia già ora, ritengo, perché di relazioni che finiscono perché uno dei partner esce troppo con gli amici, dedica poco tempo alla famiglia o non ama fare determinate cose assieme all'altro ce ne sono già a migliaia.

Ecco, io sogno invece una società in cui si possa giocare a carte o a tennis con chi si vuole, allo stesso modo in cui si fa con il sesso, perché se ridimensioniamo questa sfera a quello che effettivamente è, ovvero una mera necessità fisiologica, non può che derivarne una società migliore, in cui il sesso non sarà più usato come un'arma o come una prigione.

Un mondo in cui il sesso sia libero, felice e spensierato, non potrebbe che essere un mondo migliore, in cui nessuno viene sfruttato o maltrattato per il sesso, in cui non essere dei fenomeni a letto non è un problema e in cui addirittura non voler far sesso del tutto o volerne fare troppo, non rappresenterebbero più dei limiti alle relazioni sentimentali, ma soltanto degli aspetti caratteriali come tutti gli altri.

Sarebbe un mondo più onesto, più sincero, più libero. La donna non sarebbe più una merce di scambio o di ricatto, come purtroppo è ancora e potrebbe finalmente scegliere la dimensione e il ruolo che più la appaga, nel pieno rispetto di se stessa, degli uomini e della società. Lo stesso varrebbe per gli uomini, ovviamente, in una dimensione paritaria che mai si realizzerà del tutto, finché non sarà caduta questa ridicola barriera culturale.

Sogno una società, in estrema sintesi, in cui il sesso non sia più sinonimo di possesso, una gabbia culturale e psicologica che devasta le persone e le rende schiave di un piacere che in nessun modo deve diventare un dovere o una prigione, ma soltanto una grande opportunità, che ciascuno deve potersi giocare come vuole e come può.

STOP USING SEX AS A WEAPON!

domenica 12 ottobre 2014

Sulla gente che si accalora in rete...

Continuo a vedere gente che si accalora, in rete. Gente che si arrabbia, che  grida allo scandalo, che contesta, che critica. Gente che proprio non ce la fa, a farsi la sua vita (aka i cazzi propri) e a lasciar campare gli altri, a lasciare che facciano le proprie cose come meglio credono, fintanto che esse non vengano a nuocere.

Se guardo con maggiore attenzione, però, mi accorgo che, nella stragrande maggioranza dei casi, il problema di fondo è tutto qui: questi personaggi si arrabbiano, criticano, puntano il dito e si scaldano perché si sentono minacciati, perché temono chissà quale pericolo o addirittura perché soffrono, per quello che gli altri sono, pensano o fanno.

Soffrono maledettamente e, quasi sempre, fanno la sola cosa che non dovrebbero mai fare: salgono sullo scranno della loro coscienza saldissima, valutano, giudicano, emettono il loro verdetto e poi chiedono l'appoggio degli altri, per avvalorare il loro giudizio, per sentirsi forti della loro intransigenza, di un rigore logico e morale ostentati come scudi che brillano al sole dopo una vittoria.

Lasciatemi provare a parlar loro con schiettezza e sincerità. Non servirà a molto, lo so, ma se non ci provassi non mi sentirei a posto con la coscienza, che mi chiede di intercedere. Io ci provo, li guardo in faccia e glielo dico...

Perdonatemi se ve lo faccio notare, ma questo atteggiamento denota chiaramente una cosa: siete dei frustrati, degli sfigati colossali, dei perdenti. E ve ne rendete conto perfettamente. Continuate a simulare di ritenervi superiori, a millantare con voi stessi improbabili trionfi, ma ogni volta che vi guardate allo specchio vi sentite dei falliti, perché siete sfacciatamente sicuri che dovreste essere arrivati molto più in là, nella vita, di dove invece siete.

Non riuscite ad arrampicarvi e a scalare la montagna che vi siete deliberatamente imposti di conquistare, e allora tirate sassi a quelli che percepite essere arrivati più in alto, per farli cadere giù e per stargli davanti per sottrazione, dove non riuscite per addizione. Siete dei perdenti, lo ribadisco. E la cosa più triste è che perdete soprattutto perché non siete capaci di calcolare il punteggio, e questo vi porta a credere che ad essere in vantaggio siano "giocatori" che invece magari stanno perdendo, e che spesso non stanno nemmeno giocando contro di voi.

Non andreste da nessuna parte da soli, proprio perché siete dei perdenti, ma la vostra vigliaccheria vi induce a fare branco. Voi non vi palesate al "nemico" per affrontarlo faccia a faccia, ma sparate il vostro giudizio in rete, dove sapete che ci saranno decine di vigliacchi come voi, pronti a darvi bordone e a coalizzarsi contro qualunque cosa. Perché in rete essere contro funziona bene. Anzi, molto spesso sembra che il NO e l'odio siano le sole cose che funzionino, sul web.

Lasciatevi dare un consiglio, dunque, prima che la rete diventi il nemico pubblico numero uno della civiltà e della decenza: guardatevi ancora una volta nello specchio e abbiate il coraggio di confessarvelo, che siete dei miserabili. State male, soffrite, vi arrovellate, ma la colpa è solamente vostra. Volete guarire? Fatevi un grande regalo: siate sinceri con voi stessi, sfogate la rabbia e il dolore con un bello sputo dritto sullo specchio e voltate pagina.

Da domani, datemi retta, se qualcosa che leggete in rete non vi piace e non vi danneggia davvero, tirate dritto e ignorate. Sarà la più grande sconfitta per quelli che temete, perché in fondo i grandi casini che finora avete generato in rete si sono sempre rivelati delle grandi vittorie per loro. E voi questo non lo volete, vero?

Allora voltate pagina e iniziate a guardare voi stessi, la vostra strada, i vostri sogni e quello che siete, premurandovi di adeguarvi a quello che vorreste essere, piuttosto che attaccare quelli che ritenete incarnare il vostro ideale o quelli che si collocano all'esatto opposto. Voi non avete la verità assoluta, nelle vostre tasche e il vostro metro di giudizio è falsato dall'astio, dalla rabbia e dalla stupidità.

Cambiate voi stessi e cambierete il mondo. Questa è la sola verità.

giovedì 9 ottobre 2014

Quel senso di vuoto quando non ci sei

Quel vuoto assoluto, quando non ci sei, e nel niente il silenzio della TV, che diventa surreale, insopportabile, spaventoso e assordante.

È il nulla. Il senso che arretra impaurito e svanisce dissolvendosi, come la nebbia che sale implacabile in quei vecchi film  che finiscono con il suono struggente di un pianoforte che vomita noia e sgomento.

Durano ore i minuti, quando non ci sei, e i secondi sono granelli di sabbia bagnata, incastrati in mezzo alla clessidra, che mi scrutano e mi prendono in giro, mentre mi rotolo sul divano deserto.

Lo perdi per strada, un po', il senso dell'uno, quando sei in due per davvero. Quando la metà della mela, che finalmente hai trovato, diventa due terzi, o tre quarti o tutto quello che conta, che il resto è poco più che qualcosa.

Mi assento, mi estraneo, abbandono il mio corpo al rituale dell'attesa, all'ascolto dei tuoi passi sulle scale, alla chiave nella serratura che ti separa dalla mia follia e dalla smania che sai...