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Guadagni da quello che fai o da quello che sei? La crisi, credo, è tutta e soltanto qui; stiamo passando da un mondo che pagava le nostre...

martedì 1 novembre 2016

1° novembre, Ognissanti, 2016


Il mio pensiero va a tutti quelli che santi non lo sono diventati e che non lo diventeranno mai, nonostante lo siano stati davvero, nel piccolo delle loro famiglie, dei loro paesi, sul lavoro, nella vita di tutti i giorni. Gente che ha fatto tutto ciò che poteva, fin quasi al miracolo, che ha dato anche quello che non aveva, che ha messo il bene di tutti prima dei propri interessi personali e che non l'ha fatto in nome di nessun dio e in funzione di alcun incarico ufficiale, ecclesiastico o laico che fosse. 

Persone belle, che non sono morte martirizzate, che non hanno avuto stimmate né estasi, che non hanno operato prodigi e che hanno vissuto, faticato, amato, imprecato e pianto come tutti noi, ma con molta più dedizione alla giustizia, alla solidarietà e alla vera causa cui tutti noi dovremmo immolarci ogni (santo) giorno: l'umanità, dono prezioso che sta sfumando via dal buco dell'ozono, insieme alle cose più belle di questo mondo, forse per non tornare più.

Buon 1° novembre a quei santi e a tutti quelli che li hanno amati, in vita, e che li ricorderanno per sempre, anche se il loro nome non è scritto su nessun calendario, in nessuna chiesa e su nessuna statua, piazza o strada.

#primonovembre
#pensierisparsi

Foto: pixabay.com

lunedì 31 ottobre 2016

Scrivi bene e nessuno si farà male



In futuro scrivere sarà sempre più un esercizio di chiarezza, di sintesi e di inequivocabilità. Dovremo pesare le parole con il bilancino da farmacista, dopo aver scolpito nella nostra testa il concetto che vogliamo esprimere, e dovremo essere certi di conoscere la materia di riferimento quel tanto che basta per poterci permettere di parlarne o di scriverne. Tanto più se quello che scriviamo è destinato a finire sul web.

Quando scriviamo in rete, infatti, e presto non esisterà altro che questo, scriviamo sempre e comunque al mondo intero e ad esso esponiamo non soltanto quel singolo pensiero, ma tutta la nostra esistenza, che sempre più sarà giudicata e analizzata in funzione di quel singolo cluster, in grado di contaminare tutto il resto e di crearci enormi problemi. 

Affrancarci dalla provincialità e dall'idea che stiamo scrivendo per i nostri amici, per il nostro territorio o per una qualsiasi nicchia, sarà un passo inevitabile. Le esperienze e i riferimenti rimarranno nostri, locali, in alcuni casi addirittura intimi, ma quando racconteremo qualcosa lo faremo comunque (potenzialmente) per l'umanità intera, che sempre più si sentirà in diritto, se non addirittura in dovere, di intervenire, di partecipare, di dire la propria e di giudicarci. Eventualmente anche di stroncarci, di vivisezionare il nostro pensiero e di metterci alla berlina.

Siamo tutti sotto i riflettori, sempre, che ci piaccia o no, e quello che scriviamo ci presenta e ci rappresenta presso un'orda di potenziali lettori che non sa nulla di noi e che ci giudicherà in funzione di quel singolo frammento di pensiero. Interpretandolo, decontestualizzandolo, con ogni probabilità fraintendendolo. Spesso strumentalizzandolo, facendolo proprio in funzione di chissà quale finalità o percorso.

Ecco perché scrivere oggi è un'enorme responsabilità. Ne va di noi stessi, della nostra credibilità, del rispetto cui tutti giustamente ambiamo e di molto altro ancora, con conseguenze che possono andare oltre noi stessi, verso gli altri, verso le idee e le ideologie cui teniamo e che vorremmo sempre difendere e che con le nostre parole potremmo mettere in pericolo.

Occorre dunque prestare la massima attenzione a quello che scriviamo. Occorre essere accorti, valutare parole, verbi, tempi e sfumature, perché il primo nemico della comunicazione è la superficialità, la sciatteria, il pressappochismo e la fretta di fissare un pensiero o un'idea senza averne valutato le possibili conseguenze. Occorre prudenza e moderazione, ma più di ogni altra cosa non bisogna mai considerare i social media e gli strumenti della rete un gioco, perché la sola cosa ad essere in gioco è la nostra reputazione, giorno dopo giorno, frase dopo frase, parola dopo parola.

venerdì 23 settembre 2016

Su Roma e sulle (non) Olimpiadi del 2024



Non voto M5S, non amo la politica, non sono schierato con nessuno, talvolta nemmeno con me stesso. Credo però che la questione Olimpiadi sia davvero molto semplice e che un politico come la Raggi, che non mi piace nemmeno un po' e che non avrei votato, non avesse altre scelte se non quella di dire NO.

Molti stanno rovesciando la frittata, ma il discorso è: investire, se e quando e il caso di farlo, significa spendere soldi per creare opere utili ad una città e ad un paese e, lo abbiamo visto troppe volte, la maggior parte di ciò che viene costruito per Olimpiadi, Mondiali ed eventi una tantum resta poi inutilizzato, ammesso che lo sia stato almeno durante l'evento stesso, rappresentando non solo un grande spreco si denaro ma anche un ulteriore ecomostro da sopportare.

Si può fare di meglio? Si può mettere in piedi un evento che vada in una direzione differente? Onestamente non credo, se non cambiamo prima il modello e le premesse, perché queste kermesse viaggiano sui loro binari e non ci si può esimere dal costruire nuovi impianti, nuove strutture e nuove opere, che poi resteranno inevitabilmente inutilizzate, perché eventi di quella portata capitano una volta ogni 50, quando va bene.

Quindi cosa fare? Se vogliamo cambiare davvero, e cambiare dobbiamo, la strada è una sola: dire di NO, opporsi, lasciare che siano altri a sprecare denaro e a creare mostri inutili, perché anche lo sport deve capire che "i bei tempi" sono finiti e che è ora di trovare un modello nuovo, sostenibile, durevole, equo, in grado di far funzionare davvero il sistema e di far rifiorire la nostra civiltà.
In pieno spirito olimpico.

#pensierisparsi

lunedì 27 giugno 2016

L’improcrastinabile esigenza di stabilire un contatto con l’umanità



Dovremmo solo entrare in contatto, stabilire una vera connessione, comprenderci intimamente, oltre la nostra quotidianità, oltre i nostri stupidi affari personali, oltre la cortina di ferro della privacy, che ci spinge a nasconderci dentro le mura di casa.
Basterebbe questo, ne sono convinto e lo spero, per diventare una grande famiglia globale, in cui le nostre miserie non fossero più importanti di quelle degli altri, in cui la solidarietà fosse l'unico contratto, la sola obbligazione, l'investimento irrinunciabile cui ciascuno vorrebbe ambire.
Ciò che conviene a tutti conviene anche a te, dovremmo crederci fino in fondo, anche se in mezzo c'è del tempo da aspettare, del sudore da sudare, tanta fatica da sopportare e il mostro affamato dell'ego da anestetizzare.
Un mostro da sopire, o meglio da esaltare in un coro polifonico di anime non più disperse, non più prigioniere di sé stesse e della propria natura, schizofrenica e instabile, progettata per cercare, non per trovare, per chiedere, non per concedere o per concedersi, senza che ci sia qualcosa in cambio.
Non sarebbe difficile, se uscissimo dalla galera dorata del nostro maledetto sistema, dalle contraddizioni lancinanti di un modello del tutto insostenibile, che ci obbliga a correre da soli, contro tutti, collaborando solamente con quei pochi che ci aiutano a nutrire il mostro, sfamando tutti assieme quel dio malvagio che è il potere, nelle cui vene scorre denaro sporco e tossico.
Dovremmo soltanto stabilire una connessione, un filo unico tra miliardi di persone tutte uguali, per quanto diverse. Una connessione stabile e solida che tenga al di fuori le anime perse, che le emargini e che le lasci a nutrirsi delle loro palate di denaro, mentre tutti noi viviamo, sudiamo, ci struggiamo nell'unica vera droga dell'umanità, l'amore.
È lì la salvezza, è lì l'energia e la forza, capace di tutto tranne che di illuminare le menti ottenebrate dal dio denaro, che ruba la gente e se la porta via, verso quella galera luccicante di sogni e di promesse, dalla quale solamente pochissimi riescono ad evadere.
26/06/2016 - Scritto in volo, tra Cagliari e Parma, tra scosse d’ansia e lampi di speranza.
IMMAGINE: pixabay.com

martedì 8 marzo 2016

Quello che so delle donne



Quello che so è che senza le donne nulla avrebbe senso.

Non ne avrebbe un giorno senza sentire la loro voce, senza perdersi nel loro sorriso, senza impegnarsi a scoprire cosa c'è dietro i loro silenzi, dietro i loro piccoli tic, dentro la loro anima piena di luce, di nuvole gonfie di pioggia, di mare ricco di pesci e di vita.

Senza il loro profumo, la loro forza e senza il mistero che avvolge ogni loro pensiero. Sono adesivi e magnetici, i pensieri delle donne... I nostri fluttuano solitari, tra le quattro pareti dell'acquario della coscienza.

I pensieri delle donne, invece, popolano in grandi branchi il mare infinito della loro mente e della loro anima, impossibili da approcciare singolarmente, perché hanno vita soltanto nella loro complessità e vivono in simbiosi, scambiandosi energia e regalando al mondo la vita, giorno dopo giorno.

Sono anime di luce, le donne. Senza di loro tutto sarebbe buio, freddo e immobile. Senza di loro nulla avrebbe senso e non ci sarebbe vita. ‪

#‎8marzo‬

FOTO: pixabay.com

giovedì 21 gennaio 2016

Bisogni intellettualizzati


Cercherò di farla facile, così magari spiego pure questo strano titolo. Scrivo spesso di come, a mio avviso, i soldi siano la causa principale di tutti i mali della nostra società; forse esagero, ma spero che questo ulteriore frammento di #pensierisparsi possa chiarire il mio punto di vista.

Prendiamo ad esempio gli animali. Sanno cosa gli piace e cosa non gli piace, loro? Certo che lo sanno, ovviamente, ma quando vanno a caccia di cibo, allo stato brado, non è quella, la loro priorità. Loro cercano principalmente qualcosa da mangiare, non qualcosa di buono. Se è anche di loro gusto è meglio, chiaramente, ma non vanno al ristorante, per capirci.

Lo stesso vale per tutti i loro bisogni, probabilmente anche quelli sessuali (o meglio riproduttivi). Gli animali hanno un solo ed unico scopo, nella vita: sopravvivere, quanto più a lungo possibile, e garantire un futuro alla propria specie, che nei millenni si evolverà in modo naturale, adattandosi all’ambiente e alle circostanze.

L’uomo è molto diverso. Non appena il suo cervello si è sviluppato quel tanto che basta per innescare nella sua mente il pensiero, i bisogni hanno preso una strada diversa, progredendo (a dire la verità non sono certo che si possa definire un progresso) verso quelli che oggi definiamo desideri.

Pensate solamente a questo; c’è grande differenza tra mangiare quello che ci capita a tiro, per non morire di fame, e sedersi a tavola, nelle nostre case, con i bambini che fanno i capricci e gli adulti che scelgono tra mille diverse possibilità. Una differenza abissale.

Se pensiamo alla tavola di un re, o di un presidente o di un ricco signore un po’ viziato, la differenza tra “noi” e “loro” non è altrettanto abissale. Certo, loro mangiano cibi pregiati, che costano un occhio della testa ma, diciamo la verità, quella roba molto spesso nemmeno ci piace. Ostriche, caviale, leccornie di lusso, rappresentano per noi uno sfizio da capodanno, ma non ci cambierebbero la vita, se potessimo averne ogni giorno.

Lo stesso vale per tutto il resto. Tra le nostre vite da ceto medio e quelle dei supermiliardari, la differenza non è vitale. Non moriamo noi, girando in utilitaria, non sono immortali loro, che viaggiano sui jet privati. Cosa voglio dire?

Il problema, a mio avviso, è che siamo arrivati a questa catastrofe per un motivo soltanto: abbiamo intellettualizzato i nostri bisogni e li abbiamo resi desideri, costringendo noi stessi a non cercare più una vita migliore, ma il denaro per potercela garantire, qualunque essa sia.

La maggior parte di noi e di tutta la razza umana, non rischia più la vita ogni giorno, appena si alza la mattina. Non siamo animali e non viviamo nella giungla, ma questa certezza (talvolta sorprendentemente disattesa), ci ha resi incapaci di capire cosa sia la felicità e come la si possa perseguire e trovare.

Non saremo mai felici, infatti, se non torneremo ad apprezzare la differenza tra bisogno e desiderio, tra vita vera, vissuta fino in fondo, e questa pantomima quotidiana che è la società del “benessere”. Datemi retta, i soldi servono per campare, è verissimo, ma dobbiamo prima imparare a campare e a desiderare qualcosa di più, che una bella casa, una bella macchina e un bel conto in banca.

#pensierisparsi

FOTO: pixabay.com

giovedì 14 gennaio 2016

Liberi su cauzione

Quando sento qualcuno dire che si dovrebbe risolvere in via definitiva il problema della corruzione, che ci vogliono pene più severe, che bisogna controllare di più e che bla bla bla bla... davvero faccio fatica a capire come si possa davvero credere che questa piaga possa essere sconfitta o controllata.

La corruzione, dovrebbe essere chiaro, è un effetto collaterale, del tutto inevitabile, del modello in cui tutti noi viviamo. Soldi e corruzione viaggiano sugli stessi binari, perché tutto, in questa società, è in vendita e tutto può essere comprato.

Certo, c’è un confine nettissimo tra i soldi che percepiamo quando lavoriamo onestamente e quando ci corrompono, ma è lo stesso confine che c’è, quando assumiamo dei farmaci, tra il guarire dalla malattia per cui li prendiamo e prenderne un’altra, causata dal farmaco stesso con cui ci siamo curati. 

Il problema di fondo è che nessuno, a questo mondo, può fare a meno dei soldi, se vuole vivere libero e integrato nel sistema. I soldi sono una sorta di cauzione, con cui paghiamo a rate la nostra libertà di muoverci, di dormire sotto un tetto, di fare le cose che dobbiamo o che vogliamo fare, di vestirci, di mangiare e tutto il resto.

Una cauzione che non è correlata al reato che abbiamo commesso (o forse sì, ma sarebbe un discorso lunghissimo e passerei inevitabilmente per comunista), ma al “livello di libertà” che vogliamo avere. Libertà vigilata con ostriche? Grossa cauzione. Libertà vigilata con fagioli e pancetta? Piccola cauzione, ma con l’eterna speranza di poterne pagare presto una più grande.

C’è poi un altro punto, se possibile ancora più grave. Il punto non è scegliere tra fagioli e ostriche, perché le seconde non rappresentano un tetto massimo o un limite invalicabile. Oltre alle ostriche ci sono altre infinite possibilità, quindi il problema “soldi = corruzione” non sarà mai debellabile e forse neppure controllabile.

Siamo tutti sul mercato, che ci piaccia o no. Se questo modello non ci piace, la sola scelta che abbiamo è metterci ai margini, uscire dal sistema e vivere in strada, senza nessun diritto, senza nessun sostentamento, alla mercé di chi ci passa davanti, che può darci qualche spiccio, insultarci o addirittura farci del male.

Facciamocene una ragione: i soldi generano corruzione, è così da sempre e sempre ci sarà qualcuno disposta a varcare il confine tra il lecito guadagno (e anche su questo ci sarebbe molto da dire) e un mare infinito di altre possibilità, paradossalmente nemmeno sempre ritenute illecite o sconvenienti. 

#pensierisparsi

FOTO: pixabay.com