Linguaggio di genere: una battaglia da vincere, senza fretta e con meno vittime possibile

Alert: mansplaining! Quelle che seguono sono le opinioni, personali e ovviamente non vicolanti, di un uomo di (abbondante) mezza età, felicemente sposato, senza figli, bianco, moderatamente agiato1 e profondamente disgustato da molteplici aspetti del pluriennale dibattito sul linguaggio di genere e sulla declinazione al femminile di professioni, mestieri e titoli. Opinioni che non hanno alcuna pretesa e che non hanno l'obiettivo di offendere o di accusare nessun*, ma semplicemente l'ambizione di stimolare ulteriori riflessioni su un argomento complesso e troppo di tendenza, per non produrre molto rumore di fondo e strumentalizzazioni di ogni genere.


Stavo portando avanti un lungo e improduttivo scambio al riguardo, sui social, quando è imperversata sul palco del Festival di Sanremo la roboante opinione di Beatrice Venezi, che ha sollevato un incredibile vespaio di polemiche e deluso molt*.

Chiarisco immediatamente: sono perfettamente consapevole che, non soltanto dal punto di vista grammaticale, si tratti in qualche misura di uno scivolone (anche se ritengo che ognuno abbia il sacrosanto diritto di scivolare come vuole, se facendolo non travolge e non fa male agli altri) e non ho alcuna remora ad affermare che si debba declinare al femminile titoli, professioni, mestieri. 

È una questione grammaticale, prima di tutto, e soprattutto un importante tassello del processo evolutivo della nostra civiltà. Più in generale, tuttavia, sono convinto che nessuno sano di mente e intellettualmente onesto si opporrebbe per partito preso alla definizione di un linguaggio che sia davvero in grado di rispettare e di valorizzare tutt*, di non subordinare un genere all'altro o di escluderne uno, ad evidente dimostrazione di una barriera culturale che deve assolutamente cadere.

Sono però altrettanto convinto che la questione del linguaggio di genere (e le molte altre che ad essa afferiscono) sia una delle troppe opportunità che questa disgraziata epoca di passaggio sta gettando al vento. Se non ci possono essere dubbi su cosa sia giusto e cosa no, infatti, a fare la differenza (nettissima) è spesso come ci si propone di fare ciò che va fatto.

Posto che, ad esempio, la declinazione al femminile di titoli, professioni, mestieri non rappresenta un'innovazione linguistica, perché si tratta di forme che la grammatica prevede già e che a volte ci suonano strane o cacofoniche solo perché non sono mai state usate (ovviamente a causa delle barriere che finalmente stiamo distruggendo e che impedivano alle donne l'accesso a determinate professioni e carriere) e posto che è del tutto inaccettabile che, ad esempio, nei titoli dei giornali (e non solo) ci si riferisca a professionisti uomini con il loro titolo e alle donne con il nome di battesimo, non dobbiamo perdere di vista un punto fondamentale: la questione linguistica non è causa delle disparità di genere, ma effetto della pessima cultura che le ha generate.

Ciò non significa che non sia giusto pretendere che la grammatica (e in generale la forma) prenda per mano e accompagni un fondamentale cambiamento culturale e una necessaria e sostanziale evoluzione della nostra civiltà, ma che dobbiamo essere consapevoli che è del tutto illusorio ritenere di poter risolvere qualsivoglia problema agendo sugli effetti, anziché sulle cause.

Insorgere, talvolta in modo violento, mettendo al muro chiunque si macchi di errori grammaticali (peraltro non sempre "dolosi") è, ne sono convinto, il peggior modo possibile per accelerare un processo che è già in corso (nella forma e nella sostanza) pretendendo che i tempi di evoluzione della forma precedano nettamente quelli della sostanza e facciano da traino anche per quest'ultima. Purtroppo non sarà così e spingere sull'acceleratore aumenterà soltanto i rischi.

La questione del divario retributivo di genere, ad esempio, è urgente e sintomatica di una condizione del tutto insostenibile, prima ancora che inaccettabile, ma non ha ben poco a che vedere con la lotta per la declinazione al femminile di titoli e professioni, che una volta vinta (e lo sarà) non garantirà anche stipendi equi o carriere paritetiche. 

Lo stesso vale per gli aspetti culturali che condizionano il comportamento di molt* (sempre meno, fortunatamente) e che, ed è questa l'occasione sprecata, inducono oggi alcune a ritenere che gli uomini non possano avere altro ruolo, in questa vicenda, se non quello di cambiare seduta stante il loro approccio, quanto meno quello formale e linguistico, senza oltretutto pretendere di intervenire nel dibattito legato a questa evoluzione. E, ovviamente, senza pretendere di esserne i protagonisti, seppure in negativo, ma al più gli indiziati da mettere alla sbarra.

Questo atteggiamento, per molti versi comprensibile e forse addirittura inevitabile, non favorisce l'evoluzione della società e della civiltà, creando armonia e pace tra i generi e tra le parti in causa, ma divide e rallenta qualsiasi processo; strumentalizza, politicizza, sposta una questione linguistica e grammaticale nel campo delle lotte femministe, cui certamente può appartenere ma non in modo esclusivo e totalizzante, a mio parere. 

Non si tratta di uno scontro tra femminismo e maschilismo, ma di un singolo aspetto di un fondamentale processo evolutivo che riguarda tutta l'umanità.

Le disparità di genere sono una realtà innegabile e una piaga vergognosa che la nostra civiltà non può permettersi di tollerare oltre, ma tanto meno dobbiamo permetterci di metterla nelle mani di nessuna fazione o parte, perché essa non riguarda solamente le donne, ma la società intera e l'umanità tutta, indipendentemente dalla razza, dal genere, dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere, dall'età, dal ceto e da qualsiasi altra caratteristica o inclinazione.

Ecco perché non dobbiamo consentire che una parte di una grande battaglia diventi obiettivo ultimo e bandiera di partito o, ancor peggio, leva di business o di carriera per chi cerca consenso, visibilità e opportunità a partire da una causa o da un'esigenza comune. Chi lo sta facendo (professionist*, politic*, intellettual*, opinionist*, etc.) non sta portando acqua che al proprio mulino, scavando sempre di più (spesso con malcelato compiacimento) il solco di un divario che a questo modo diventa ideologico e tossico, portando anche molte donne a disconoscere la causa e a perdere entusiasmo verso un vero e profondo cambiamento, che nessun* deve permettersi di rallentare.

Se dunque "anche dare il nome giusto alle cose, è un atto rivoluzionario", come scrisse Gianrico Carofiglio attribuendo la frase a Róża Luksemburg, non meno rivoluzionario e soprattutto efficace è guardare le cose in modo olistico, comprendendo che il tutto è molto più importante delle singole parti che lo compongono (anche se, spesso, se una singola parte non funziona o si rompe si può bloccare tutto) e che distinguere tra causa ed effetto è il primo e fondamentale passo verso la soluzione di qualsiasi problema, in primis dei più complessi e delicati, che si risolvono componendo i conflitti e costruendo insieme, non distruggendo tutto per far giustizia dei troppi secoli oscuri che tardano ancora a tramontare.

1Nello scambio sui social cui faccio riferimento nel primo paragrafo, queste sono le caratteristiche che mi sono state attribuite per catalogare le mie argomentazioni come quelle di un boomer maschilista e del tutto inidoneo ad affrontare l'argomento di cui si trattava e che, nelle intenzioni di chi mi ha così apostrofato, doveva evidentemente restare uno scambio tra donne con la stessa identica opinione al riguardo.

Foto di Kevin Phillips da Pixabay. Nell'immagine una vigile del fuoco.

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