Un devastante Orfeo nel Metrò al Ponchielli di Cremona

Il talento è quella cosa, rara e preziosa, che consente ai pochissimi che ne sono dotati davvero di accedere a risorse di cui i "comuni mortali" non sono nemmeno a conoscenza.

Il talento è il colpo di tacco dissennato che nessuno oserebbe davanti al più grande dei portieri e che smarca un compagno per il gol che ti fa alzare una coppa.

Il talento è la metafora ardita che rende un qualsiasi banale pezzo di cronaca un mantra per intere generazioni, facendoti capire davvero qualcosa.

Il talento è l'incrocio magico di due pennellate in cui nessuno è disposto a vedere solamente una X, a parte i pochi che non hanno mai visto altro che una schedina del Totocalcio.

Il talento, nel caso di Luigi De Angelis (regista) ed Hernán Schvartzman (direttore) e del loro "Orfeo nel metrò", è prendere per mano il pubblico e farne parte attiva di una grande opera del 1600, facendone qualcosa di completamente nuovo e sorprendente.



Qualcosa che va oltre la musica, oltre la scena, oltre il dramma dei due protagonisti e oltre il tempo: i millenni di Orfeo e i secoli di Monteverdi e della sua poderosa "trivella per l'anima", che in questo adattamento più che mai è capace di estrarre preziosi effluvi anche dai toraci più difficili da perforare.

Inutile cercare di raccontare ciò che deve necessariamente essere vissuto, per poter essere apprezzato, ma questo piccolo capolavoro messo in scena sul palco del Teatro Ponchielli di Cremona, primo appuntamento del Monteverdi Festival 2019, lascia un segno che è un vero e proprio solco.

Una sferzata di aratro come quella di Romolo sul suolo della futura città di Roma, che traccia il confine tra il déjà vu e l'inesplorato, tra la sfacciata e travolgente potenza della gioventù e il tanfo di morte di chi non osa o non sa cambiare, contaminare, ridefinire.



L'Orfeo di De Luigi e Schvartzman va anni luce oltre l'onirica favola pastorale musicata da Monteverdi nel 1607, anno della sua prima rappresentazione al Palazzo Ducale di Mantova. In questa produzione quel 1607 diventa il numero del treno su cui tutti insieme, pubblico, attori, musicisti, percorrono il viaggio nell'anima di Orfeo, sciamano e incantatore che mette in luce (e al tempo stesso in ombra) l'intera gamma delle sfumature dell'animo umano, tragicamente perdente di fronte alle forze superiori della natura e dell'eternità.

Ma anche gloriosamente vittorioso nella sua straziante umanità, fatta di esuberanza giovanile, di sfacciataggine, di sconfinata autostima, che porta Orfeo a tentare l'impresa di andarsi a riprendere la sua amata Euridice nell'Ade, armato soltanto della sua cetra e del suo talento di incantatore. E ovviamente fatta di dolore, di sofferenza, della fatica di vivere, benché da semideo, la giornata più incredibile che si possa immaginare.

Troppo, troppo gioistidi tua lieta ventura,or troppo piagnitua sorte acerba e dura(Apollo, scena finale)




Questo Orfeo è un tuffo in un oceano incontaminato, che toglie il fiato e ridona la vita vera. Poco importa quanto siano bravi i ragazzi dell'Orchestra Barocca della Civica Scuola di Musica “Claudio Abbado”,  i giovanissimi protagonisti in scena e dietro gli strumenti antichi, tra i quali mi sia consentito un cenno alla meravigliosa soprano Arianna Stornello (su-per-la-ti-va e generosissima) e ancor meno quanto siano incredibili e affascinanti le scene (decorate dagli studenti dell'Istituto di Istruzione Superiore "Antonio Stradivari" di Cremona), in cui c'è ampio uso di tecnologia moderna, che sposta Euridice dal regno dei morti a quello dei selfie.

Quello che importa, in questa produzione, è l'incredibile esperienza che De Luigi, Schvartzman e tutto il loro staff (tanta gente e tanta roba) sono capaci di far vivere ad un pubblico che è parte in causa per tutta la durata dell'opera.



A nome di quel pubblico altro non posso dire a tutti GRAZIE per questa boccata d'ossigeno e per questo uragano di coinvolgente gioventù. La meglio gioventù, come direbbe qualcuno.

E comunque #aridateceeuridice

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