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giovedì 8 gennaio 2015

È stata solo la piena di un fiume

Dovremmo sforzarci di raccontarle così, certe tragedie. Senza retorica, senza demagogia, guardando in faccia la realtà per quello che è, piuttosto che infarcirla d’ideologia e di politica. 

Invece ogni volta ci ricaschiamo, come si cade da un gigantesco pero, concimato ad ipocrisia e a falso candore, spalancando la bocca e lasciando che gli occhi si bagnino di pietà e che le gambe tremino di paura.

Siamo umani, del resto. Siamo soltanto umani, esseri vagamente senzienti, dotatati di un cervello che ci serve per fare i nostri calcoli e di un cuore, che ogni tanto si sveglia dal torpore della comodità del nostro mondo ovattato, per cercare di dire la sua e di farci sentire un po’ più vivi, mentre la coscienza si gira dall'altra parte, per vomitare.

In quei rari momenti di vita vera e di apparente lucidità, mettiamo da parte il consueto cinismo e ci sciogliamo in lacrime da coccodrillo, buone soltanto per darla vinta a chi vuol farci soffrire, o tremare e per consentire a chi ci comanda di mettere in scena uno spettacolo ancora più patetico del solito, fatto di solidarietà scontata, di inutili proclami, di retorica da quattro soldi e di riprovevole demagogia.

Un copione già visto chissà quante volte, scontato, banale, infarcito di abominevole ovvietà, di inutili condanne, di fiumi in piena di parole che fanno ancora più danni e che non servono a niente, se non a spargere sale sulle ferite delle coscienze e a fomentare odio, terrore e desiderio di vendetta.

Un fiume in piena, si. Quello stesso fiume che ieri ha travolto i giornalisti di Charlie Hedbo, esondando, uscendo dagli argini di filo spinato di una normalità sforzata e di un’autoproclamata civiltà, che non ha altro coraggio se non quello di condannare a posteriori, dopo aver giudicato a priori.

Faremmo meglio a raccontarla così, questa storia, come la drammatica conseguenza di una catastrofe naturale e inevitabile, determinata dalla fiera incoscienza di sedicenti civiltà, che continuano a costruire nell'alveo di fiumi prosciugati dall'acqua, ma non per questo sicuri.

Fiumi di ideologie, di intolleranza, di incapacità di convivere e di creare una società moderna, civile, finalmente sostenibile in quanto equa, solidale, votata al bene di tutti e nemica giurata dei privilegi, dei soprusi e di qualunque forma di violenza, fisica, morale o ideologica.

Sia chiaro, non sto cercando di sostenere che quanto avvenuto ieri sia colpa nostra, che i delinquenti che hanno sparato abbiano qualche insostenibile ragione o che quei giornalisti se la siano in qualche modo cercata. 

Sarebbe un insulto alla ragione e alla dignità anche soltanto pensarla, una cosa del genere. Ma se guardiamo al dopo, a un adesso che è tutte le volte, ai fiumi di inchiostro e alle tonnellate di immagini, video, dibattiti e tavole rotonde che ne stanno scaturendo, alle tribune politiche e alla propaganda che i partiti stanno facendo, strumentalizzando questa tragedia, beh…

La sola cosa che posso pensare è che stiamo costruendo ancora più forte e irresponsabilmente in quegli alvei, innalzando torri di mattoni e muri e giganteschi edifici laddove, prima o poi, tornerà a scorrere fragorosamente l’acqua sporca di sangue di un’altra inevitabile piena, che saremo pronti a piangere ancora una volta, come stupidi coccodrilli senza alcuna dignità.

È stata solo la piena di un fiume, questo dobbiamo dirci, causata soprattutto dall'incoscienza di chi ci governa (da entrambe le parti della barricata) dividendoci, giocando con le nostre paure e con la nostra dignità, sfruttando popoli, territori, nazioni, religioni e ideologie. Dovremmo costruire degli argini e metterci in sicurezza (quella vera), invece cediamo al terrore e alla paura e, per farci vedere più forti e far credere di non essere terrorizzati, continuiamo a innalzare torri destinate a crollare, bersagli da colpire, bandiere da bruciare.

State attenti, però: costruire argini è l’esatto contrario di quello che ci fanno credere. Non significa innalzare muri e frontiere, come qualcuno vorrebbe; non significa affatto tenere lontane le persone e sentirsi diversi, forse addirittura migliori, ma vuol dire soltanto convogliare il flusso delle ideologie e della demagogia in un alveo protetto e farle scorrere via senza pericoli, verso il mare dell’indifferenza più totale, verso il nulla cosmico cui sono naturalmente destinate, se nel frattempo non trovano ostacoli sul loro percorso.

Spegnete quelle maledette TV, datemi retta. Tappatevi le orecchie e il naso, non ascoltate le sirene indecenti di un’informazione malata e asservita, di una politica sempre più zerbino della finanza e dell’economia, di guru e santoni del nulla, di quei salotti che servono solo a far mangiare pochi servi senza dignità, cinici e pronti a sbattere mostri in prima pagina e a mostrarci l’orrore, come se vedere fosse inevitabile, come se vedere significasse capire, o addirittura sapere.

Ciao #CharlieHebdo, oggi non c'è davvero niente di cui ridere, se non della parola umanità, che di fronte a tutto questo sembra un'appellativo del tutto fuori luogo.