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Quanto guadagni facendo quel che fai?

Guadagni da quello che fai o da quello che sei? La crisi, credo, è tutta e soltanto qui; stiamo passando da un mondo che pagava le nostre...

lunedì 31 agosto 2015

Il senso delle nostre vite, io credo

In principio era la luce, o il verbo, o forse il caos. No, tranquilli, non la farò troppo lunga, ma penso sia giusto raccontare come la vedo e condividere il senso che credo di aver trovato, a questa vita.

Eccolo, in breve. Non so quando, ma un tempo lontanissimo, destinato a ripetersi ciclicamente, tutta la materia e tutta l'energia erano concentrate, io credo, in un'unica massa; immensa, perfetta, luminosissima e del tutto instabile.

Era tutto lì, ma quella impareggiabile perfezione era assolutamente insostenibile, come potrebbe esserlo tutta la felicità del mondo per una sola persona, che di sicuro ne morirebbe folgorata.

Ecco perché esplose, all'improvviso, scagliando via una miriade di frammenti di quella perfezione nell'infinito, memori di quella luce accecante e di quella felicità insopportabile.

Chi crede nella Bibbia non farà fatica ad associare quel momento alla cacciata dall'Eden, al "partorirai con dolore" che da sempre caratterizza la nostra esperienza umana. Per tutti gli altri quello fu soltanto il Big Bang.

Quel tutto insostenibile, divenne allora una moltitudine infinita di moltitudini, in lento ma inesorabile allontanamento da quel tutto ormai perduto, ma presente al tempo stesso in ogni atomo, in ogni molecola, in ogni cellula e in tutte le loro possibili aggregazioni.

Anche per noi, esseri umani, vale questa legge universale. Ciascuno di noi è un piccolo "tutto", instabile come quello originario, ma infinitamente meno perfetto e luminoso.

Come qualunque altra infinitesimale parte di quel tutto, da soli noi valiamo assai poco e ci sentiamo perennemente irrealizzati, perché nella nostra natura c'è l'ambizione a tornare a splendere come quell'antico nucleo, cui forse un giorno torneremo.

È forse quello, il paradiso che ci hanno promesso? Questo non posso saperlo, ma il senso profondo della nostra esistenza, di quella degli animali, delle rocce, dei pianeti e delle stelle, io credo, è proprio e soltanto questo: ricercare quel nucleo aggregandoci e ricercando il bene di tutti, piuttosto che il proprio soltanto.

La luce cui ognuno di noi ambisce, non è dunque quella dei riflettori, né può bastarci "passare alla storia", magari per qualche malefatta, come spesso accade. Non basta il denaro, il potere, la gloria, né la felicità terrena è abbastanza, per saziare la nostra ambizione.

Essa è appagata soltanto dalla realizzazione di qualcosa di veramente grande, che coinvolga tutti e che miri ad un solo obiettivo: unire verso quell'antica perfezione, senza altro tornaconto che quello di aver fatto il giusto, il bene, il buono.

lunedì 24 agosto 2015

Waiting for Godot (o qualcosa del genere)...

A questo sistema servono ingranaggi passivi, che nutrano grandi aspettative e si attivino solamente per acquistare un nuovo smartphone, una nuova autovettura o chissà cos'altro.

Niente e nessuno, in natura, può permettersi un atteggiamento di questo genere, perché fermarsi ad aspettare (e a desiderare), anziché agire, significherebbe morte certa.

Ecco, nei secoli il genere umano ha barattato la sua libertà e indipendenza con un livello sempre crescente di sicurezza e di "stabilità", che però non è affatto gratuita ed è garantita ad una sola ed unica condizione: essere ingranaggi del sistema e contribuire a farlo girare, guadagnando e spendendo soldi, perché è quello il senso di questo baraccone che abbiamo messo in piedi e che dipende dal consumo.

L'essere umano deve procurarsi dei soldi, desiderare oggetti, servizi o benefici e perseguirli fino all'acquisto, il momento più importante della sua partecipazione a questo modello e a questa società.

Fate un piccolo esperimento, guardatevi dentro, cosa state aspettando? Nella quasi totalità dei casi, vi accorgerete che si tratta di qualcosa da comperare, piuttosto che di un obiettivo immateriale e più alto. O che, fosse anche quest'ultimo, avrete bisogno di denaro per perseguirlo, prima e piuttosto che di impegno e volontà.

#pensierisparsi

martedì 11 agosto 2015

Berlucchi, iniziata oggi la vendemmia di una grande annata

Quella di oggi non è stata una mattina qualsiasi, in Franciacorta. Nel vigneto della Guido Berlucchi, infatti, è iniziata la vendemmia di 500 ettari di ottima uva, pronta per offrire agli amanti delle bollicine di tutto il mondo un'annata "figlia del sole".

Le aspettative più grandi arrivano sono sul Franciacorta Rosé e sul Pinot nero, del quale le forbici dei raccoglitori hanno tagliato all'alba le prime uve nel vigneto Brolo a Borgonato, nei pressi delle cantine storiche.

La vendemmia arriva alla conclusione di una stagione davvero fortunata, con una primavera caratterizzata da piogge alternate a giorni soleggiati, che hanno permesso un regolare accrescimento dei grappoli.

Il caldo di luglio ha rallentato la maturazione degli acini, ma le piogge di inizio agosto hanno favorito l'attività fisiologica delle uve, permettendo di arrivare alla raccolta con il corretto equilibrio tra zuccheri e acidità.

Questa sarà dunque un'annata generosa, per qualità e quantità, anche se con grappoli più piccoli, a causa delle scarse piogge. Arturo Ziliani, enologo e AD della Guido Berlucchi, si dice certo che il 2015 darà vini base Franciacorta complessi e strutturati, con acidità equilibrate.

Già da questa notte, gli acini dell’uva rossa, selezionati a mano e diraspati in queste ore, subiranno la macerazione a freddo, che darà mosti dai profumi intensamente fruttati, ideali per trasformarsi nei rosé che, sin dal 1962 (anno della creazione di Max Rosé, il primo metodo classico italiano della categoria) contribuiscono al prestigio di questa azienda.

Ottime notizie, che mi "costringeranno" a ripetere la bella esperienza fatta in occasione dello scorso Festival Franciacorta, in cui ebbi l'occasione di visitare le cantine Berlucchi e il granaio di Palazzo Lana Berlucchi, degustando ottime bollicine.

FONTE: Ufficio Stampa GUIDO BERLUCCHI & C.S.P.A.

Tante nubi e una sola stella: Noa in concerto a Cremona

Una grande serata di musica, di cultura della pace e della condivisone tra i popoli e di energia, ieri sera la Palazzo Trecchi di Cremona.

Nell'ambito di Acque Dotte, Festival musicale tra Cremona e Salò, la città ha avuto l'opportunità e l'onore di ascoltare la meravigliosa voce di Noa (al secolo Achinoam Nini), splendidamente accompagnata dal Solis String Quartet e dal pianista Gil Zohar.

Un'esperienza, più che un concerto. Un vero e proprio viaggio nell'anima del mondo. Noa è la dimostrazione più lampante che sul palco il talento è nulla senza l'umanità. Un talento che la cantante esprime in tutti i modi possibili, dalla voce all'espressione, dal modo in cui gioca con le percussioni all'empatia con cui trascina il pubblico nel canto, nel ritmo e nella pura emozione.

Se c'è un'artista internazionale sulla scena, oggi, uno davvero in grado di ricoprire appieno il ruolo che fu di grandi anime come quella di Lennon o di Freddy Mercury, il cui talento non ti arriva dalla tecnica, ma dal cuore, oggi quell'artista è Noa, insieme a pochissimi altri.

Quei pochi, che si contano sulle dita di una mano, o meno, che non inseguono il successo spalando addosso al pubblico capacità, effetti speciali e tecnica, ma che lo attraggono a sé con delicatezza, con la forza gentile di un'umanità vera, genuina, offerta, piuttosto che ostentata.

Serate come quella di ieri al Trecchi sono eventi rari, unici. Momenti sacri, che ti avvicinano all'infinito e ti spiegano il mondo con la semplicità di una canzone: "I don't know why, I don't know how / If I can fly, can I fly now? / Are my wings strong enough to bear / "The winds out there?", cantata insieme al pubblico rapito.

Impossibile non rimarcare la bravura (e l'anima) del Solis String Quartet e del pianista Zohar, che hanno riempito il cortile del Trecchi di note e di emozioni non comuni.

Complimenti agli organizzatori del festival per questo momento altissimo, in particolare al Direttore Artistico del Festival, Roberto Codazzi, che ha regalato a Cremona una pagina di musica internazionale e di vera poesia.